Leggo molto, mi piace scrivere, mi appassionano i libri di ogni genere, così al Salone finisco sempre presa da una sindrome di Stendhal libresca: troppo da vedere, scoprire, da leggere.
Troppi libri, stand, migliaia di autori e storie che non conosco e che non avrò tempo per conoscere, perché i libri al Salone sono tantissimi, troppi per poter essere contenuti dalla mia mente in una sola volta, anzi in una sola vita. Da qui il mio dubbio annuale: andare o no? Essere sommersa o no in modo così forte da stimoli che mi lasciano sempre spossata e con il mal di testa?
Quest'anno la decisione è stata di andare, ma con limiti precisi: visitare solo la sezione bambini del Salone ed una conferenza, senza nemmeno passare tra gli stand dell'editoria per adulti.Una scelta riduttiva, ma già così sono ritornata a casa sposssata dal tanto visto, vissuto, conosciuto.Ne è valsa la pena.
Allo stand di libri per bambini io e mia mamma ci siamo immerse letteralmente per ore, sfogliano volume dopo volume, segnandoci titoli ed editori.
Abbiamo trovato dei tesori come il libro Museo delle foglie cadute, il Menù di Yocci, il manuale per diventare un giovane esploratore.Soprattutto abbiamo ammirato tutti i libri di Munari e gli altri libri "aperti" ,semplicissimi ed essenziali che lasciano spazio all'immaginazione e alla fantasia senza freni, come quelli bellissimi di Katsumi Komagata.
Dopo lo shopping libresco, io e mia mamma ci siamo rimesse in fila, per vivere una delle esperienze più emozionanti della mia vita (ancora non mi sembra vero!).
Abbiamo seguito la conferenza in cui David Grossman ha raccontato la storia del suo ultimo libro, Caduto fuori dal tempo.
Grossman è il mio scrittore preferito, da un suo libro prende il nome questo blog ("Che tu sia per me il coltello") ma non solo.I suoi libri hanno la capacità straordinaria di parlarmi mentre li leggo. Le storie che scrive lui, sono quelle che vorrei scrivere io, sono il tipo di storie e personaggi che affollano la mia testa: leggendoli, è come se leggessi dentro di me, in me, profondamente.Grossman scrive le storie che sono in me, quelle che penso io. Le scrive magistralmente, tanto che mentre leggo mi devo fermare per prendere fiato, mentre mi dico "ecco, è così che deve essere, che deve andare questa storia".
Non so spiegare ciò che sento, ma Grossman ha questo potere assoluto di ammaliarmi e commuovermi con la sua scrittura, come forse nessun altro scrittore ha mai fatto,
Vederlo entrare nell'auditorium , a pochi passi da me, vero in carne ed ossa, mi ha commosso fino all'indicibile.Sentirlo leggere in ebraico il suo libro, mentre io trattenevo il fiato con gli occhi chiusi, è stato intenso e coinvolgente. Descrivendo la sua passione, ha narrato ciò che sento anche io: sono le storie a scegliere noi, non noi che le scegliamo.Scrivere a volte è un imperativo assoluto, per capire noi stessi e capire il mondo.Le storie a volte sono ineluttabili: bisogna scriverle, assolutamente.
Scrivere è una delle passioni più pevasive che io viva: le sparole sgorgano da me, ma non sono in me, sono fuori, già formate e vive.Io devo solo ascolatarle e metterle su carta, ma esse esistono al di là di me, non devo esercitarmi o inventarle, solo lasciarle fluire sulla tastiera.
Finita la conferenza, non abbiamo potuto far altro che alzarci tutti in piedi ad applaudire, emozionati, un intero teatro con più di 1500 persone in piedi e Grossman timido e impacciato sul palco, senza sfarzo.
Grossman poi firmava i suoi libri, mi sono messa in coda e di fronte a lui ho parlato con il viso arrossito dall'emozione, spiegandogli il mio amore per i suoi libri e per la scrittura. Lui ha ascoltato, con attenzione, come ha fatto con tutti quelli che gli hanno portato a firmare il libro, chiedendo come si chiamassero e cosa facessero nella vita.Mi é sembrato incredibile potergli parlare davvero e avrei voluto avere l'occasione per chiacchierare con lui per ore.Il mio scrittore preferito, lì davanti a me, e io non stavo sognando.
Quella manciata di minuti passati a parlare con lui mi sembra lontanissima perché così irreale, magica.Ma é avvenuta davvero e a ricordarmelo c'é la dedica bellissima che Grossman mi ha scritto:"To Daniela, for the hope that one day you will give me your book".
Ora non mi tocca altro che mettermi al lavoro e scrivere tutte quelle storie che ho in testa e che aspettano solo di vivere sulla carta e non solo nell'aria turbinante dei pensieri.